Oggi, cari lettori, ho deciso di raccontarvi una storia, quella di Margaret Keane.
Un tale, di nome Tim Burton, vi ha dedicato un film, "Big Eyes", ma quale fu la sua fonte di ispirazione? Una fantasia fin troppo sviluppata? Purtroppo, per quanto possa sembrare assurdo, Burton si è limitato a narrare fatti realmente accaduti.
San Francisco, anni 50. Una giovane donna, Margaret, dipinge per strada. Ha bisogno di arrotondare poichè è scappata di casa e ha una figlia a carico. I suoi non sono quadri convenzionali, anzi, a tratti potrebbero sembrare inquietanti, dal momento che gli occhi di qualsiasi soggetto raffigurato, spesso bambini, sono enormi, sproporzionati rispetto al resto della figura (non a caso Burton intitolò il suo film "Big Eyes").
Una donna così particolare di certo non potrebbe passare inosservata tant'è che un giorno inizia ad approcciarsi a lei un pittore, Walter Keane. I due iniziano a frequentarsi. È l'inizio di un idillio amoroso, che culmina in un matrimonio precoce e affrettato, ma voluto con determinazione da una Margaret sedotta dal fascino di un uomo così carismatico. Ma la felicità, per la pittrice, sarà cosa fuggevole. Walter comprende che i dipinti di Margaret riscuotano un enorme successo tra la gente, benché non siano molto apprezzati dalla critica; ma che importa, ciò che conta è il denaro e chi, più delle masse accecate dal boom economico può garantirne?
Per un uomo consumato dalle sue insicurezze, però, forse c'è qualcosa di più importante del denaro, la fama.
Walter inizia a spacciare per propri i quadri raffiguranti bambini dagli occhi giganti di Margaret e la porta ad autoconvincersi del fatto che nessuno acquisterebbe un suo lavoro, se sapesse che le pennellate in realtà sono frutto di una mano femminile.
La pittrice lavora sempre di più, per stare ai ritmi di produzione imposti dal marito, sotto minaccia, barricata nell'enorme villa costruita grazie ai guadagni sempre più ingenti. A un certo punto, Margaret scopre che anche le opere di Walter antecedenti alla loro conoscenza, in realtà, non erano farina del suo sacco. La relazione è sempre più in crisi e, finalmente, dopo una serie di vicissitudini, Margaret convoca Walter in tribunale. Dipingono entrambi davanti alla corte, che deve riconoscere la colpevolezza dell'uomo. Margaret, novantunenne, è tuttora viva e vegeta.
La sua storia, per quanto possa apparire surreale, è l'esempio estremo di come la brama di successo possa portare qualsiasi uomo, guidato dall'egoismo a creare un'inconsistente maschera volta a celare la propria mediocrità.
Il comportamento di Walter Keane non è forse paragonabile a ciò che oggi, in modo più subdolo, avviene in televisione, o sui social network? I tempi sono diversi, ma la natura dell'uomo è sempre la stessa: riusciamo ad accettare la mediocrità altrui, ma, posti dinnanzi ai nostri limiti, non siamo i primi a tentare di celarli, nascondendoci dietro immagini studiate ad hoc per catturare il consenso di quelle masse a cui tanto guardava il buon Keane?
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Forse la sua immagine non sarebbe ricordata in maniera così negativa se, invece di approfittare del talento altrui - che i dipinti di Margaret piacciano o meno è una questione di gusti individuali, ma ciò che conta, ai fini dell'argomentazione è che la gente dell'epoca li adorasse -, si fosse concentrato sui propri reali punti di forza. Non lasciamo che si viri verso una cultura della maschera, la società siamo noi e nel nostro piccolo possiamo agire, tentando di avvicinarci poco a poco alla libertà, che per quanto possiamo illuderci, non sarà mai piena.
Sono tanti, troppi i fattori che ci influenzano nelle nostre scelte e ideologie, ma ciascuno può tentare di far corrispondere quanto più possibile la propria natura e l'immagine di sé che trasmette agli altri.
Meglio un'imperfezione reale, che un'impeccabilità di terracotta.
Un tale, di nome Tim Burton, vi ha dedicato un film, "Big Eyes", ma quale fu la sua fonte di ispirazione? Una fantasia fin troppo sviluppata? Purtroppo, per quanto possa sembrare assurdo, Burton si è limitato a narrare fatti realmente accaduti.
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Scena tratta dal film Big Eyes. |
San Francisco, anni 50. Una giovane donna, Margaret, dipinge per strada. Ha bisogno di arrotondare poichè è scappata di casa e ha una figlia a carico. I suoi non sono quadri convenzionali, anzi, a tratti potrebbero sembrare inquietanti, dal momento che gli occhi di qualsiasi soggetto raffigurato, spesso bambini, sono enormi, sproporzionati rispetto al resto della figura (non a caso Burton intitolò il suo film "Big Eyes").
Una donna così particolare di certo non potrebbe passare inosservata tant'è che un giorno inizia ad approcciarsi a lei un pittore, Walter Keane. I due iniziano a frequentarsi. È l'inizio di un idillio amoroso, che culmina in un matrimonio precoce e affrettato, ma voluto con determinazione da una Margaret sedotta dal fascino di un uomo così carismatico. Ma la felicità, per la pittrice, sarà cosa fuggevole. Walter comprende che i dipinti di Margaret riscuotano un enorme successo tra la gente, benché non siano molto apprezzati dalla critica; ma che importa, ciò che conta è il denaro e chi, più delle masse accecate dal boom economico può garantirne?
Per un uomo consumato dalle sue insicurezze, però, forse c'è qualcosa di più importante del denaro, la fama.
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Uno dei tanti dipinti di Margaret. |
Walter inizia a spacciare per propri i quadri raffiguranti bambini dagli occhi giganti di Margaret e la porta ad autoconvincersi del fatto che nessuno acquisterebbe un suo lavoro, se sapesse che le pennellate in realtà sono frutto di una mano femminile.
La pittrice lavora sempre di più, per stare ai ritmi di produzione imposti dal marito, sotto minaccia, barricata nell'enorme villa costruita grazie ai guadagni sempre più ingenti. A un certo punto, Margaret scopre che anche le opere di Walter antecedenti alla loro conoscenza, in realtà, non erano farina del suo sacco. La relazione è sempre più in crisi e, finalmente, dopo una serie di vicissitudini, Margaret convoca Walter in tribunale. Dipingono entrambi davanti alla corte, che deve riconoscere la colpevolezza dell'uomo. Margaret, novantunenne, è tuttora viva e vegeta.
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Margaret Keane tutt'ora. |
La sua storia, per quanto possa apparire surreale, è l'esempio estremo di come la brama di successo possa portare qualsiasi uomo, guidato dall'egoismo a creare un'inconsistente maschera volta a celare la propria mediocrità.
Il comportamento di Walter Keane non è forse paragonabile a ciò che oggi, in modo più subdolo, avviene in televisione, o sui social network? I tempi sono diversi, ma la natura dell'uomo è sempre la stessa: riusciamo ad accettare la mediocrità altrui, ma, posti dinnanzi ai nostri limiti, non siamo i primi a tentare di celarli, nascondendoci dietro immagini studiate ad hoc per catturare il consenso di quelle masse a cui tanto guardava il buon Keane?

Forse la sua immagine non sarebbe ricordata in maniera così negativa se, invece di approfittare del talento altrui - che i dipinti di Margaret piacciano o meno è una questione di gusti individuali, ma ciò che conta, ai fini dell'argomentazione è che la gente dell'epoca li adorasse -, si fosse concentrato sui propri reali punti di forza. Non lasciamo che si viri verso una cultura della maschera, la società siamo noi e nel nostro piccolo possiamo agire, tentando di avvicinarci poco a poco alla libertà, che per quanto possiamo illuderci, non sarà mai piena.
Sono tanti, troppi i fattori che ci influenzano nelle nostre scelte e ideologie, ma ciascuno può tentare di far corrispondere quanto più possibile la propria natura e l'immagine di sé che trasmette agli altri.
Meglio un'imperfezione reale, che un'impeccabilità di terracotta.
Anna Dalessandri
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